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Riceviamo e pubblichiamo. Articolo inviato da teo82 il Martedì, 13 febbraio @ 12:00:00 CET

Diario di viaggio RamblersUna “tranquilla” escursione in montagna in compagnia di Guido Foddis.

Olle 3/1/2007

Sveglia all’alba (6.30), ore 6.45 arriva Guido e mi sono appena alzato… azz… Colazione insieme a mamma e Guido a base di caffè, latte, brioches recuperate da Guido (non so dove...) e una torta preparata da mia mamma. Nel mentre iniziamo a studiare il percorso per l’escursione, anche se c’è poco da decidere, ormai Guido si è fissato con la Cima XII. Nonostante la piena disapprovazione dei miei genitori, dei vecchi del paese (interpellati x un consiglio), e un po di perplessità da pare mia partiamo in macchina per raggiungere questa montagna (2340 m).
Arrivo in val di Sella in macchina, posteggiamo e così alle 8.30 possiamo partire a piedi verso la nostra meta (più di Guido che mia).In 40 minuti, con un po di stupore da parte mia, arriviamo alla baita Lanzola, se manteniamo questo ritmo sarà un gioco da ragazzi penso tra di me. Una breve sosta, una foto ricordo e un saluto a due ragazzi che hanno pernottato li (i quali riferiranno di aver visto passare due alpinisti dall’aria esperta...). Alle 9.20 ci avviamo lungo il sentiero che ci porta nel canalone del Kempel, e qui inizia il bello… All’inizio si va bene, la neve è poca e non da particolari problemi, ma non appena entriamo nel canalone perdiamo le tracce del sentiero e la neve inizia ad aumentare. Iniziano le prime difficoltà, non sempre il manto bianco regge il nostro peso, e noi sprofondiamo con le gambe fino alle ginocchia, rallentando di molto la marcia.

A metà canalone inizia ad essere più freddo (o forse è una mia sensazione) , io ho le mani ghiacciate (ho DIMENTICATO a casa i GUANTI... ma si può essere più SCEMI???), però in compenso la neve è totalmente ghiacciata e di conseguenza più resistente facilitandoci la salita e aumentando la velocità di marcia. A questo punto penso che, una volta arrivati sull’altipiano (sul versante opposto), probabilmente troveremo poca neve visto che questo è molto più esposto al sole rispetto a quello dove ci troviamo noi... quello che non penso è che a 2100 m in inverno, anche se c’è il sole la temperatura rimane comunque sotto lo 0...

La marcia prosegue abbastanza bene siamo quasi alla bocchetta del Kempel, in lontananza si vede una tabella, “evviva ci sia... porcaputtana...” e io mi ritrovo disteso sulla neve ghiacciata; “Guido, passa da sotto perché qui si scivola”, neanche 5 secondi che sento Guido gridare, mi giro e lo vedo scivolare lungo il pendio. Per non arrivare in fondo pianta la racchetta con tutta la forza che ha, riuscendo così a fermarsi con la conseguenza che la racchetta si piega e la sua spalla destra si lussa. Io non so come (e penso neanche lui), con un movimento riesce a sistemarsi la spalla, si rialza un po dolorante però l’intento è quello di andare avanti. Arriviamo alla Bocchetta del Kempel che è quasi mezzogiorno, un vento polare soffia in ogni direzione, trovare un posto riparato e impossibile.

Lo spettacolo che si presenta ai nostri occhi è a dir poco magnifico, neve ovunque, solo il rumore del vento a tenerci compagnia, faccio fatica a riconoscere l’altipiano che conosco, x me è la prima volta che lo vedo con la neve, ci sono venuto un sacco di volte, ma sempre d’estate quando è caldo e il vento ti rinfresca, mentre ora è un vento che ghiaccia e non è molto piacevole.
Ci fermiamo giusto 10 minuti per mangiare qualcosa in fretta, non abbiamo tempo da perdere se vogliamo arrivare alla cima, e poi con il freddo che fa la fame passa tra gli ultimi bisogni da soddisfare.

Riprendiamo il cammino nella neve che qui è ancora più alta di quella che abbiamo trovato mentre salivamo. Senza dire niente al mio compagno di avventura, inizio un po a preoccuparmi, se perdiamo nuovamente il sentiero rischiamo di finire in qualche buca coperta dalla neve, e ciò non sarebbe molto divertente.
Proseguiamo a tratti lenti e a tratti spediti, se la neve è ghiacciata si va via veloci, se però non regge si sprofonda fino all’anca; poi il vento ci mette del suo, alzando delle nuvole di neve e sbattendocele in faccia, ci da quella sensazione per niente piacevole di essere accarezzati con la carta vetrata. La stanchezza inizia un po a farsi sentire e qui mi chiedo “perché ho seguito questo pazzo, quando me ne potevo rimanere tranquillamente a casa?!?!”

La paura di non farcela, mi mette un po di agitazione anche perché il telefono non funziona e mi chiedo come faremmo a chiedere aiuto in caso di bisogno…
Ormai non possiamo più tornare indietro la strada percorsa è troppa e le ore di luce che rimangono sono poche, meglio proseguire aggirare la cima e discendere a valle col primo sentiero utile. Nell’attraversare un pendio, io davanti e guido subito dopo di me, sento la neve mancare sotto i miei piedi... una slavina... Ci mancava anche questa, fortuna che la neve sopra di noi rimane ferma dov’è, però intanto dobbiamo tener conto anche di questo e le mie preoccupazioni aumentano.

Abbandonata l’idea di “conquistare” la vetta dobbiamo però aggirarla per arrivare al primo sentiero che ci riporterà a valle. Il bivacco “Busa delle Dodici” è sempre più vicino, ci passiamo davanti senza fermarci, ogni minuto è prezioso e non possiamo permetterci di sprecarne, e arriviamo ad un paletto con alcune frecce che riportano queste indicazioni:
ORTIGARA -->OLLE BORGO VAL DELLE TRAPPOLE
e sotto un cartello più o meno con questa dicitura:
VAL DELLE TRAPPOLE:
SENTIERO ALPINISTICO DI DIFFICOLTà ELEVATA
CONTROLLATE LE VOSTRE ATTREZZATURE DI SICUREZZA.
“Tranquillo Guido, io non l’ho mai percorso questo sentiero, ma mi hanno detto che è il più corto, il più veloce e non è poi così difficile” lui mi guarda perplesso e probabilmente non sa se credere a quello che mi hanno raccontato o affidarsi a quello che riporta il cartello.

Finalmente comincia la discesa, all’inizio attraversiamo due canaloni con non poche difficoltà, se uno scivola difficilmente potrà raccontarlo in giro, arriviamo così nella val delle trappole, un canalone largo pieno di neve che rende più veloce la nostra discesa, facendoci guadagnare anche un po di tempo.
Al contrario della salita dove fai un passo in avanti e tre indietro, la discesa risulta anche divertente perché sembra quasi di volare, e la strada che fai con un passo risulta il doppio.
Io sono sempre davanti, Guido mi segue prima camminando, poi usando le chiappe come mezzo di trasporto, sembra si diverta come un bambino.
Le mie preoccupazioni e la paura di non farcela sono svanite, infatti quando ad un certo punto il sentiero risale leggermente tra i pini mughi, i rododendri e qualche albero, capisco che ci stiamo abbassando di quota e ormai si tratta solo di andare avanti il più veloce possibile, per non farci sorprendere dalla notte troppo presto.
La neve è sempre meno inizia a scomparire e guarda caso si trova nei punti più brutti e pericolosi.
Il telefono ora prende e così posso avvisare a casa che stiamo bene anche se arriveremo tardi probabilmente con il buio. Non passa mezz’ora che sento Guido, pochi passi dietro di me, che impreca, mi giro e lo vedo a terra dolorante che si tiene la spalla destra (si la stessa della mattina!!!)… questa volta però, nonostante tutti gli sforzi di Guido, la spalla non ritorna a posto…
Cosi dopo essere stati tutto il giorno nella neve ora siamo nella MERDA!!!!!

Avviso a casa dell’accaduto, dicendo però che proseguiamo anche se ci metteremo molto più del previsto, Guido è dolorante non riuscendo a muovere il braccio non ha più equilibrio e questo rende difficoltoso il proseguimento.
Andiamo avanti x 10 minuti finchè non arriviamo ad un capitello, noi arriviamo da sinistra, o proseguiamo diritti o giriamo a destra, optiamo per la prima, facciamo 5 metri e troviamo uno spiazzo con una panchina che offre una vista stupenda sulla Valsugana, di qui non si va avanti. L’unica e girare a destra… semplice se non ci fosse un salto da 1 metro e una pendenza del sentiero pari al 200%.
Chiamo a casa per dire che non possiamo più proseguire con Guido in quelle condizioni. Il sole ormai è tramontato e tra un’ora saremo avvolti dal buio della notte. Dopo svariate chiamate a parenti e amici, mio padre finalmente allerta il 118. Ora se Guido si fosse fatto male alle 2 sarebbe arrivato l’elicottero che ci avrebbe riportato a valle in 10 minuti, ma il caso ha voluto che si facesse male alle 4 precludendoci questa soluzione. Il centralino del 118 allerta il soccorso alpino di Borgo che si organizza subito e studia la soluzione migliore. Dopo qualche telefonata con mio padre il capo del soccorso e qualche altra persona, non ci rimane altro da fare che sederci sulla panchina e aspettare che arrivino i soccorsi.

Il giorno inizia a fare posto alla notte con conseguente abbassamento della temperatura, e congelamento da parte nostra. Rimaniamo a lungo in silenzio finchè il mio compagno non mi chiede di raccontargli qualcosa. Iniziamo a discorrere del più e del meno narrandoci a vicenda le proprie disavventure legate alla montagna. Ogni tanto mi chiede se stanno arrivando i soccorsi, ma la risposta da parte mia è sempre uguale “ancora nessuno, mi hanno detto che in un’ora sono qui...”
Il freddo si fa sentire sempre di più insieme alla stanchezza, fortuna che quest’anno è meno freddo degli ultimi anni, altrimenti non so se avremmo resistito a lungo.
Alle 7.30 si sentono dei rumori vicini, poi una luce, finalmente, Bobi è il primo soccorritore che ci raggiunge. Ora sono molto più tranquillo, nonostante sia congelato, nutro buone speranze di arrivare a casa sano e salvo (+ salvo che sano). Dieci minuti dopo arriva Guido, un altro soccorritore che viene salutato dall’infortunato con un “Benvenuto a bordo”. Quest’ultimo viene infilato in un sacco a pelo per proteggerlo dal freddo nell’attesa che arrivino gli altri con la barella, Inizia una distribuzione di the caldo e merendine da parte dei soccorritori. Quando saremo a valle Guido avrà svuotato 2 o 3 borracce di the.

Verso le otto arriva come una visione Roberta (una dottoressa?) anche lei salita a piedi fino a li, che presta le prime cure sanitarie a Guido. Con scarso risultato cerca, come si dice in gergo, di ridurgli la lussazione della spalla, non rimane che preparare la barella e iniziare la discesa.
Sono le 8.30, Guido viene legato in barella e quando tutti sono pronti con le imbracature, moschettoni, piastrine, funi,etc, qualcuno esce con una cosa del tipo “aspetta ma tu sei Guido Forbis quello che suona prima dei Modena City Ramblers, io ti conosco..”.
Da questo momento in poi, inizia una lunga e interminabile discesa, devono calare la barella lungo tutto il canalone e questa operazione richiederà un sacco di tempo.
Ci sono 12 soccorritori se non ricordo male: 4 legati alla barella, 2 all’ancoraggio che manovrano le funi per la discesa, 2 che preparano l’ancoraggio successivo, 1 che mi assiste nella discesa, e gli altri 3 pronti a dare il cambio o ad intervenire in caso di bisogno.
Il primo pezzo sono cordini e scalette e ciò non mi è per niente d’aiuto, per fortuna ci sono questi angeli che mi assistono e mi aiutano a scendere. Facciamo un pezzo e poi ci fermiamo ad aspettare che passino con la barella altrimenti rischiamo di prendere qualche sasso in testa.
Inutile dire che non vedo l’ora di arrivare in fondo, anche perché sono sempre più stanco e non ce la faccio più.
Questa notte è luna piena e ciò rende l’atmosfera meno paurosa quasi romantica anche se questo non il posto adatto per pensare a certe cose, infatti il mio unico desiderio e di arrivare a casa e infilarmi nel letto.
Cosi dopo l’ultimo tiro di corda abbiamo un ultimo pezzo di bosco da percorrere prima di arrivare alla strada. Non so in che maniera e con quali forze ma quell’ultimo km lo abbiamo fatto di corsa. Siamo arrivati alle macchine alle 2.45 di notte, Guido è stato caricato su un’ambulanza che lo attendeva per portarlo al pronto soccorso di Borgo. I soccorritori mi hanno detto che durante la discesa è stato Guido a tener alto il morale della “truppa” nonostante fosse lui l’infortunato.
Io sono stato accompagnato a casa, mi sono cambiato i vestiti, ho bevuto qualcosa e poi via con mia sorella al pronto soccorso da Guido con i vestiti di ricambio e i documenti. Arriviamo all’ospedale e dico “Guido ti ho portato lo zaino con i tuoi vestiti di ricambio” e lui “ma no mi dovevi portare quello con i panini”. Così dopo le radiografie tra un’infermiera imbecille e un’ ambulanziere stronzo, alle 4 di mattina Guido viene caricato in ambulanza per essere portato a Trento, mia sorella decide di accompagnarlo, così io posso finalmente andare a casa a dormire. Faccio per uscire dall’ospedale che quasi svengo, così mi fanno sdraiare sul lettino per qualche minuto. Lentamente mi rialzo e ritorno a casa ormai distrutto.
Finalmente posso sdraiarmi sul letto.
Guido arriverà a casa mia alle 5.40 di mattina anche lui stanco morto e con una spalla in meno.

Che dire se non ci fosse uno come Guido bisognerebbe inventarlo.

Un ringraziamento particolare va a tutto il corpo del soccorso alpino, alla mia famiglia, e a Guido che mi ha trascinato in questa avventura unica e (spero) irripetibile
Teo


Nota: Grazie Teo82 per averci raccontato questa foddisiana avventura.

 
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Rivas (Voto: 1)
di magen1234 il Sabato, 06 dicembre @ 14:05:48 CET
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