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Le ultime parole famose!

Riceviamo e pubblichiamo. Articolo inviato da dolphin91 il Giovedì, 12 ottobre @ 11:41:34 CEST

Succede nel MondoL'unico articolo da me letto su "Repubblica" di oggi è stato quello che parlava dei condannati a morte in America...


Sono state pubblicate su internet le dichiarazioni dei condannati sul fatale lettino, quello che darà loro il colpo di grazia. La privacy di questi è stata completamente infranta... Queste persone stanno per morire e le loro ultime parole vengono scritte su internet per poter essere viste da tutto il mondo.
Ma questo a chi giova?! A chi può interessare se non ai parenti delle vittime? A noi... a voi...?! Molti si pentono, molti non riescono a parlare, ma anche se sono assassini... stupratori... o quant'altro, non hanno il diritto di essere trattati così incivilmente.


Questo l'articolo di Pino Corrias, dal sito www.repubblica.it:

Su Internet le ultime parole dei condannati a morte Usa
Ultimo venne il silicio della Rete a tumulare per sempre i corpi. A celebrarli nel bianco e nel nero della vita conclusa. A tramandarci la loro storia che i reticolati elettrici della pena capitale e il cemento di Ellis Unit - il braccio della Morte del carcere di massima sicurezza del Texas - hanno reso invisibile ben oltre il giorno finale, quello dell'esecuzione con il potassio della legge. E ben oltre la sepoltura nei prati del cimitero federale, con lapide alfabetica.

Stavolta tutti dissepolti. Per un istante almeno, nell'ovunque planetario della Rete. In compagnia di una doppia foto, di fronte e di profilo, a raccontarci i loro occhi talvolta crudeli, talvolta spaventati. E in compagnia delle loro ultimissime parole, il "last statement", che viene registrato nella camera della morte, davanti al vetro dei testimoni e dei familiari delle vittime, prima che la siringa scenda per uccidere, in quei minuti d'aria finale in cui i dead men walking fronteggiano la paura di morire, bilanciandola con quella di sopravvivere.

Qualche volta l'addio è affidato al silenzio, come un'alzata di spalle. Qualche volta è carico di insulti: "Siate maledetti". O rabbia: "Ridatemi i miei diritti, ridatemi la mia vita. Non ho paura di quello che mi state facendo: la mia verità resterà per sempre mia". Oppure: "Voglio solo dirvi che il giudice e che Bell Scott sono due figli di puttana. Per il resto vi amo tutti". Oppure disincanto: "Ci vedremo tutti di nuovo. Ma ora voltatevi dall'altra parte". Oppure rassegnazione: "Sono innocente, ma sono nero". E ancora: "Come ho detto dal primo giorno non ero là e non l'ho ucciso, ma non sono migliore di quello che lo ha fatto".

Ma d'abitudine il distacco è più dolce della vita alle spalle. "Perdonatemi": detto ai parenti della vittima. E ai propri familiari: "Siate forti". Oppure: "Grazie di essermi stati accanto". "Tranquilli, sto andando in un posto migliore". Oppure: "Ehi, mamma, mi raccomando non piangere". O ancora: congedandosi da tutto tranne che dalla propria verità: "Sono innocente. Sono innocente. Sono innocente". E dalla propria fede: "Sono peccatore di tutti i peccati. Colpevole di tutte le colpe. Allah è grande". Oppure: "Solo il cielo e l'erba sono eterni e oggi è un buon giorno per morire. Gesù, mio Signore, sto tornando a casa".

Ora i 376 detenuti speciali, transitati da vivi lungo i corridoi di linoleum azzurro del carcere di Huntsville, nutriti di solitudine, luce al neon e cattivi pensieri, tornano da morti dentro a un punto remoto della Rete, Executed Offenders, colpevoli giustiziati, con la loro geografia di facce memorabili: i capelli, gli zigomi, la razza; l'età congelata nel giorno dell'arresto e in quello dell'esecuzione. E poi con la loro storia: quanta scuola, quanti precedenti penali, quale lavoro fatto in vita e quanto sangue versato prima che il boia versasse il veleno nel loro. Tornano come un calendario di diavoli e un monito. Come il riverbero d'altre vittime.

Come l'eco di un sacrificio sociale e singole apocalissi. A ri-morire in video e nell'inchiostro: dal primo assassino assassinato, Charlie Brooks Jr, nero, ("Non ho niente da dire, addio") giudicato colpevole di avere sequestrato e ucciso un meccanico per rubargli l'auto, giustiziato dopo 6 anni di carcere il 7 dicembre del 1982. Fino all'ultimo dell'elenco, Farely Matchett, anche lui nero, ucciso dopo 13 anni di processi, lo scorso 12 settembre, colpevole di essere entrato di notte nella casa di un pensionato a caccia di soldi per il crak, averlo legato, interrogato, picchiato, ferito a martellate e poi ucciso con un coltello: "Vi chiedo perdono. E chiedo ai familiari della vittima di trovare pace con la mia morte e di andare avanti".
Storie così dense, così nere da contenere sempre la vertigine e il suo abisso, come certi ponti che dondolano nel vuoto degli incubi. Tutte incastrate nella trappola degli errori senza rimedio e poi delle morti a catena.

L'inizio sempre allagato dall'adrenalina dell'assalto e della rapina, dalla velocità della fuga, dai boati della sparatoria, dal sudore della cattura. Fino alla morte finale: pulita, silenziosa, legalizzata: "Chi ha tolto una vita, pagherà con la vita", dice la legge. Semplice come lo è la vendetta. Lineare come i riassunti compilati dall'Amministrazione penitenziaria: i luoghi del sangue, le circostanze, la condanna. L'intera vita del detenuto ridotta al necessario che è servito a togliergliela. E che solo quelle ultimissime parole, il last statement, trasforma in un racconto concluso e talvolta in un apologo.

Prendete Charles Francis Rumbaugh, bianco, nato nel 1957, arrestato nel 1976, giustiziato nel 1985 per avere ucciso Michael Fiorillo, 58 anni, durante la rapina alla sua gioielleria. Un anno prima è evaso dal penitenziario della Contea di Potter annodando lenzuola. Durante un controllo casuale disarma due poliziotti. Fugge in New Mexico. Rapina e uccide. Al processo che lo condanna a morte, assalta il giudice Bailiff con una scheggia di metallo che ha affilato nella cella dei transiti. Durante il processo di appello aggredisce l'agente con un coltello rudimentale.

Immobilizzato e disarmato tenta ancora di reagire. Lotta. E lottando grida allo sceriffo: "Sparami!". Nove anni più tardi, durante i preparativi dell'esecuzione, lui disteso sul lettino che ha la forma della croce, mentre le guardie fissano le cinque cinghe alle caviglie, ai polsi e al petto, non si ribella più, non lotta. Dice solo: "Sono pronto al viaggio". E poi si volta.

C'è Cornelius Goss, ex tossico, nero, inchiodato a 26 anni dalle sue stesse impronte digitali trovate nell'appartamento del signor Leevy che ha ucciso a bastonate, per portargli via dieci dollari, un bracciale da donna, due anelli, un orologio Rolex, una macchina fotografica. Accanto al capitano che lo lega e al cappellano che lo accompagna, dice: "Mi piacerebbe chiedere perdono ai familiari della vittima. Ma no, non ce la faccio. Davvero. Non credo proprio di poter dire qualcosa che vi aiuti, ma spero che attraverso il vostro Dio, possiate perdonarmi. Non sono più quello che ero un tempo. Quando ero ammalato. Quando ero spaventato. Quando cercavo amore in tutti i modi sbagliati. Sì, spero possiate perdonarmi. A mia madre: ti voglio bene. Grazie".

C'è il messicano Henry Porter che comincia a franare a 16 anni, prima condanna perché guida ubriaco. Che assalta case isolate e pompe di benzina. Che una mattina di novembre del 1975, a Fort Worth, uccide l'investigatore che lo sta interrogando a proposito di tre rapine accadute nei dintorni. Dieci anni dopo, legato, con le braccia spalancate, ringrazia padre Walsh per il "suo aiuto spirituale". Ma ha ancora un paio di cose terrene da dire: "Mi avete chiamato assassino a sangue freddo quando ho sparato a un uomo che mi ha sparato per primo. La sola ragione per cui io sono qui è che sono messicano e lui era un poliziotto. La gente pretende la mia vita e questa sera l'avrà. Ma la gente non chiede la vita del poliziotto che ha ucciso quel ragazzo di 13 anni che stava ammanettato nel retro della sua auto... Voi la chiamate giustizia. Ma questa è solo la vostra giustizia. La giustizia dell'America. Mi avete chiamato assassino a sangue freddo. Ma io non ho mai legato nessuno a un lettino come questo. Né ho mai pompato veleno nelle vene di qualcuno, guardandolo da dietro una porta blindata. Voi la chiamate giustizia. Io li chiamo omicidi a sangue freddo. Lo dico senza amarezza, senza rabbia. Spero che Dio perdoni i miei peccati. Adesso sono pronto".

Pronto a cascare in questo catalogo della morte sbrigata per legge. Dopo l'ultima tuta pulita, l'ultimo pasto, l'ultima serratura chiusa alle spalle, mentre scende il sipario sulla più antica delle leggi che ancora va in scena nel più moderno, e più spaventato, dei Paesi d'Occidente. Come se ci fosse un senso a risarcire la morte con la morte, le lacrime con le lacrime, la colpa con la colpa. E nessuna altra via da intraprendere se non quelle immaginata da Robert Morrow, bianco, che rapì una donna e la uccise, buttando il corpo nel Trinty River e poi fu catturato, confessò chiese perdono, si convertì, e che nell'ultimo minuto dei suoi 47 anni, davanti ai testimoni, alle guardie e al boia dettò il finale, come fosse già sulla collina di Spoon River: "Rendimi libero, capitano".
(11/10/2006)

Nota: Riceviamo e pubblichiamo.

 
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